L’esercito dei trombati è diviso in due: da una parte chi aveva un lavoro, dall’altra gente come Di Maio o Luciano Nobili dovra’ inventarsi qualcosa perche’ in passato non aveva mai lavorato

Da Di Maio a Paragone, i non eletti e la loro seconda vita: ritorno a scuola, in azienda o un mestiere da inventarsi

Il caso più clamoroso è quello dell’ex ministro degli Esteri, non eletto dopo due legislature, la seconda da vicepremier

Il senatore ex 5 Stelle Gianluigi Paragone, fondatore di Italexit, promette che non sparirà dalla circolazione, anzi. “La mia forza non me l’aveva data il parlamento ma il girare per l’Italia. Farò un po’ di ordine nel partito, lo strutturerò e vado avanti”. E il giornalismo? “Ma io ho sempre continuato a fare il giornalista, ho fondato il sito ilparagone.it, scriverò e continuerò la mia attività. E poi immagino che sarò chiamato ancora in televisione, dove andavo non tanto perché sono senatore ma perché avevo un mio punto di vista sulle cose”. Non è il primo né l’ultimo: carriere politiche interrotte, almeno nel palazzo, dalle scelte degli elettori. C’è chi tornerà alle proprie vecchie occupazioni, c’è chi dovrà inventarsene una.

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Il caso più clamoroso è quello di Luigi Di Maio. Dopo due legislature, la seconda da vicepremier e tre volte ministro, c’è da reinventarsi. Prima va metabolizzato lo choc per questo epilogo, dopodiché l’ex capo politico non starà con le mani in mano. Un’ipotesi accreditata, ma ancora prematura, è quella del mondo della consulenza. Da lì proviene Manlio Di Stefano, anche lui agli Esteri ma da sottosegretario, lavorava in Accenture prima di sbarcare in Parlamento nel 2013. Il flop di Impegno civico se l’è portato via assieme ad altri nomi di peso, come gli ex ministri Vincenzo Spadafora e Lucia Azzolina, quest’ultima destinata al ruolo di dirigente scolastico nella sua Siracusa dopo aver vinto il concorso cinque anni fa. “Fosse rimasta nel M5S oggi sarebbe stata eletta”, raccontano i suoi ex compagni di partito. Era al suo primo mandato, aveva una certa visibilità. È andata così. Ritorno al futuro da ingegnere per Davide Crippa, capogruppo alla Camera del M5S prima di mollare Giuseppe Conte dopo la caduta del governo Draghi, respinto con perdite nel duello nel collegio campano di Giugliano con la ex collega capogruppo (ma al Senato) Mariolina Castellone.
Salvo miracoli da ricalcolo resta fuori dopo una vita anche Umberto Bossi, fondatore della Lega. Lo stato di salute del Senatur non è dei migliori ormai da tempo, l’esclusione ha un peso più che altro simbolico. Niente elezione neanche per Armando Siri, l’ispiratore della flat tax. “La legge elettorale e la ripartizione dei seggi non hanno premiato lo sforzo”, spiega. Idem per Giulio Centemero, tesoriere del partito e creatore del Carroccio bis, il sistema dei vasi comunicanti contabili tra la vecchia “Nord” e il nuovo “Salvini premier”. Matteo Salvini comunque non li lascerà a spasso, probabilmente li si vedrà nella prossima squadra di governo come sottosegretari. Altro cannato, Simone Pillon, alfiere delle battaglie contro il cosiddetto gender. Fuori a sorpresa la sottosegretaria con delega allo Sport, Valentina Vezzali. La “signora del fioretto” era candidata nel proporzionale nelle Marche ed in Trentino con Forza Italia. Ma resta da giocarsi la wild card del governo.
Addio o meglio arrivederci al palazzo anche per la ex ministra Teresa Bellanova e Luciano Nobili, pasdaran di Italia viva. “So bene, me lo insegna la mia storia, che lo spazio per la buona politica è dovunque, basta solo avere voglia ed esigenza di praticarlo”, ha twittato lei. L’ultimo impiego prima dell’elezione in Parlamento nel 2006 fu quello di sindacalista della Filtea-Cgil, in teoria quindi potrebbe rientrare lì. “La politica non è collocazione personale, è ambizione, coraggio, bene comune, passione, sudore, fatica, amore, incontro con gli altri”, è invece il commiato social del secondo. Che difficilmente ce l’avrebbe fatta con la sola candidatura nel Lazio era noto a lui per primo, in realtà l’obiettivo adesso si chiama regionali del Lazio, cioè giocarsi la partita delle preferenze per entrare alla Pisana.
In casa Pd è andata male a Emanuele Fiano, Andrea Romano, Stefano Ceccanti, Andrea Marcucci, per citare i più noti. Ragiona Romano, che per un soffio ha perduto nel collegio livornese della Camera: “Ci sta non essere rieletto nel contesto di una sconfitta epocale per il partito, non ci sono più zone di sicurezza, fa impressione ma c’è un dato di “laicità” in questo. Ora servirà del tempo per una rifondazione radicale del Pd”. Professore universitario di Storia contemporanea, tornerà all’insegnamento. Mentre Marcucci, famiglia di imprenditori toscani e lui stesso impegnato negli affari, potrà consolarsi con un ampio portafoglio di attività diverse: meno riflettori puntati addosso forse, ma preoccupazioni per il futuro zero.
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